La difficoltà di essere genitori: Intervista con l’educatore Alessandro Curti.

Dopo un bel po’ di assenza, ritorno oggi con tanto entusiasmo per proporvi un’intervista alquanto stimolante rivolta ad un personaggio letterario affermato: padre a tempo pieno, educatore appassionato, scrittore brillante: stiamo parlando di Alessandro Curti che oggi, oltre a parlare dei suoi libri, ci permetterà di esplorare fino in fondo tanti temi, uno fra tanti: la genitorialità femminile.

ORAZIO MANCUSO: Chi è Alessandro Curti?
ALESSANDRO CURTI: Alessandro Curti è un padre, educatore, scrittore, marito e uomo. Purtroppo non sempre in questo ordine. Ho scoperto il mio lavoro “per caso” nel 1993 (facendo il servizio civile) e ho deciso che lo avrei fatto tutta la vita. La mia vita è un perenne correre tra un ruolo e l’altro cercando di farli tutti al meglio nelle ventiquattro ore di una giornata.

Se dovessi dare uno sguardo alle tue esperienze educative, qual è stata quella più difficile?
Ogni esperienza con i ragazzi è in sé “difficile” perché in ogni momento hai di fronte ragazzi molto diversi tra loro che ti scrutano alla ricerca di una conferma della loro sfiducia nel mondo adulto. Con l’ulteriore difficoltà che tra il pensiero e la parola (o l’azione) hai pochissimi istanti per decidere cosa fare o cosa dire. Le esperienze più faticose, in generale, sono state quelle in cui mi trovavo di fronte a tanto dolore e dovevo riuscire a dargli un senso. Professionalmente, le situazioni più “toste” sono state quelle relative alla prima infanzia: le madri mi guardavano e pensavano “Cosa ci fa un uomo qui?”, “Cosa può capirne un uomo?”.

A proposito di genitorialità, come mai il tuo primo romanzo porta il titolo “Padri Imperfetti”?
“Padri Imperfetti” nasce da una riflessione sulla paternità che ho fatto quando è nata mia figlia e, in contemporanea, mi sono trovato a lavorare con molti padri. Ho osservato che i padri tendono a dimostrarsi “perfetti” agli occhi dei loro figli per timore di perdere credibilità. Purtroppo, così facendo, la perdono del tutto poiché nessun essere umano è perfetto. Inoltre, crescere dei figli mostrando loro dei modelli perfetti comporta dei rischi come per esempio la loro frustrazione quando si accorgeranno che quei modelli sono in realtà irraggiungibili. In qualità di padre e di educatore ho compreso che solo facendo pace con la propria imperfezione, si possa cogliere l’occasione di continuare a crescere.

Sarà anche questo un motivo per cui a volte si comunica poco con i genitori? Probabilmente sì. Se pensiamo di avere di fronte qualcuno che non potrà mai capire il nostro punto di vista, difficilmente avremo voglia di spiegarglielo. Tuttavia, uno dei punti di forza dei genitori (ossia ricordare i figli che sono stati) viene spesso da parte in nome della presunta perfezione che potrebbe salvarci. I ragazzi non hanno bisogno di questo ma di qualcuno che li ascolti e che abbia voglia di provarci. Come scriveva Pennac: “gli adolescenti desiderano essere autonomi ma si sentono abbandonati” ed è una grande verità.

Cosa puoi svelarci invece sulla genitorialità femminile?
È un mondo che ho cercato di esplorare e puoi immaginare quanto sia difficile per un uomo. Ho scritto “Mai più sole” con l’intento di vedere con gli occhi di una donna il significato di avere un figlio e trovare uno spazio anche per il maschile. La genitorialità femminile è un misto di istinti, emozioni, fatiche, paure, soddisfazioni che un uomo fatica a comprendere. Noi uomini tendiamo spesso ad essere molto razionali. Lo sforzo (per entrambi) deve essere quello di cercare di guardare le situazioni con il filtro dell’altro. Solo così potrà esserci comunicazione e condivisione a beneficio di tutti: genitori e figli.

Parlando di comunicazione e dialogo, credi che i social abbiano innalzato dei muri fra genitori e figli? I social hanno una funzione differente sia per gli adulti che per i ragazzi. Per i primi, i social costituiscono generalmente un modo per mostrarsi, mentre per i secondi costituiscono un modo per stare in relazione con gli altri. I millenials sono nati in un mondo in cui i social c’erano già, per loro sono la normalità. Mentre noi adulti abbiamo dovuto conoscerli e capirli prima di usarli (e alcune volte anche mentre li usavamo) e generalmente osserviamo i social con aria di sospetto. Lo stesso sospetto con cui mia nonna guardava il telecomando della tv quando io ero piccolo. E poi, occorre anche precisare che il problema non è lo strumento in sé ma l’uso che se ne fa. Spesso, con i ragazzi con cui lavoro, le comunicazioni migliori avvengono via whatsapp.

La prefazione di “Sette note per dirlo” è stata scritta da un componente dei Dear Jack. Come mai questa scelta?
“Sette note per dirlo” è un romanzo che parla di adolescenza e qual è la componente essenziale di quel preciso periodo della vita? La musica. Sia negli anni 80, sia oggi. La scelta è caduta sui Dear Jack perché mi piace la loro musica e ciò che raccontano. Li ho scoperti seguendo il talent che li ha resi popolari e ho fatto di tutto per contattarli e chiedere loro di scrivere la prefazione per il mio libro. Quando ho conosciuto Lorenzo Cantarini ho avuto la conferma di quello che traspariva dallo schermo e sono stato ancora più felice del fatto che abbia curato la prefazione. Il tema che ha scelto è assolutamente in linea con il contenuto del mio romanzo. Le scelte. Le scelte che compiamo disegnano il nostro destino.

Quali sono i tuoi progetti?
Naturalmente continuare il mio lavoro, crescere mia figlia e condividere la vita con mia moglie. Oltre a questo, continuerò anche con la scrittura: sto terminando il mio quarto romanzo che verrà alla luce nel 2018 sempre edito dal gruppo C1V Edizioni di Roma. E poi anche altro… Mi piacerebbe provare a trasformare “Sette note per dirlo” in una fiction per la tv; imparare altro sul mondo dell’editoria, programmare una trasmissione sul web che parli di libri e chissà cos’altro partorirà il mio cervello in perenne funzionamento. Sono una persona a cui non piace la noia – anche se non disdegno un bel sabato pomeriggio sul divano a far niente – e non voglio fermarmi. Sono le esperienze che mi fanno crescere e ne sono sempre alla ricerca. Mi sa che mi toccherà vivere altri cento anni per realizzarle tutte…

Ti auguro di poterle realizzare tutte quante. Grazie per l’intervista.

Scritto da Orazio Mancuso

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