Il prezzo da pagare per essere delle celebrità, il privilegio di esser sé stessi. Oriana Fallaci e “Gli Antipatici” .

Gli antipatici di Oriana Fallaci non è un libro come tanti. Non è nemmeno un romanzo. A primo impatto, osservando il titolo provocatorio, esso sembra alludere ai racconti di vita delle Star che provocano, in noi comuni mortali, un incessante fastidio. Persone fatte di carne e di ossa che appartengono ai più svariati ambiti della società occidentale: dalla politica al cinematografo, dal mondo degli affari, dove non possiamo che intravedere i grandissimi miliardari del pianeta con le loro ville luccicanti all’ultimo grido fino ad arrivare ai melanconici salotti delle grandi dive, pronte a sfoggiare il loro ultimo meritato gioiello; possa esso essere uno smeraldo o una pelliccia di un malcapitato animale.

Però, scavando molto più in fondo, tale opera firmata Fallaci sembra comunicare molto di più. La si potrebbe definire come un’intrigante enciclopedia di storie che incentiva la nostra memoria ricordandoci “chi” dovremmo o “chi” non dovremmo essere, giusto per essere felici. Un crogiolo di storie vissute da uomini e donne che inizialmente si battono a suon di dispute – e a volte no – per arrivare al loro agognato traguardo: l’olimpo del successo il cui potere occulto volge spesso a manipolare le vite di questi uomini e di queste donne che tanto amiamo e simultaneamente odiamo perché ci ricordano beffardamente “chi siamo”: la distanza che ci divide, le ricchezze che essi hanno, le loro – a volte – bellezze che non derivano sicuramente da un artifizio divino, la singolarità del loro talento che in certi casi è comunque indiscutibile.

Pubblicità: Segui The Horace Post su facebook cliccando qui.

Rimane memorabile per la sua singolarità, l’intervista posta ad una delle più grandi attrici italiane, Anna Magnani.

Una donna dai lineamenti lungi da una bellezza prototipica. Una mente femminile ardentemente controcorrente che sfidava i canoni di un’antica società italiana mal giostrata dal maschilismo. Un giorno, ad interrompere l’oramai incessante solitudine dell’attrice romana, fu proprio una giovane giornalista che accendendo il pulsante del suo magnetofono, iniziò a registrare il dolore di una madre piena di sensi di colpa per via delle sue precedenti assenze che avevano trascurato le attenzioni del figlio malato di poliomielite. Una forte e quanto mai fragile donna ormai consapevole di non poter più recitare con gli stessi ritmi di prima.
Insomma, un’intervista straziante sì, ma non quanto quella posta alla famosa attrice Arletty la quale all’apice della sua carriera cinematografica ebbe a che fare con un’improvvisa cecità riguardante l’occhio sinistro.

A causa di una distrazione, “una sera – disse l’attrice – mi trovai sola quando sbagliai il maledetto medicinale. Era sera, avevo mangiato con amici, forse ero stanca. Aprii la bottiglia per l’occhio sinistro – da cui non vedeva oramai da tanto tempo – e versai le gocce nell’occhio destro (sano). Una quantità enorme. Poi spensi la luce, entrai nel letto, e quasi subito mi esplose quel dolore diabolico in testa. Bruciava come il fuoco, la testa.” Da quel momento, Arletty non vide più che l’oscurità e fu costretta a dire addio ai fari degli studios cinematografici in cui aveva mosso i suoi primi passi nello show business.
Quanto invece alle altre interviste, potremmo reagire con sgomento dinnanzi alle parole di una celebre ragazzina che faticava a ricordare chi era Hitler, oltre che a rispondere ad una semplice osservazione sui campi di concentramento. Si tratta di Catherine Spaak, pronta a scaraventare la colpa delle sue lacune al padre talmente “egoista” che non le permetteva di usare i libri della sua costosissima collezione. Uno sgomento che non viene meno alla lettura dell’intervista posta alla Duchessa d’Alba che misconosceva varie opere d’arte di cui godeva il privilegio d’esser circondata. Le parole della duchessa sembravano risuonare con lo stesso tintinnio di un orologio a pendolo. Un tintinnio volto a difendere a suon di perbenismo gli scandali passati del casato a cui apparteneva, ricordando, ad ogni modo, con un tipico cinismo aristocratico, il trilione di titoli nobiliari che le concedevano la seggiola più alta dell’olimpo.

Del resto, dinnanzi ai numerosi e pittoreschi racconti di alcune celebrità – a parte il toccante trascorso di Anna Magnani e di Arletty e altri – non ci resta che il sorriso. Un sorriso melanconico scaturito grazie allo strepitoso stile di una giovane e scrupolosa Fallaci. E che c’entra il sorriso? Vi domanderete. Il sorriso c’entra eccome. Sorridiamo poiché ci rendiamo conto di quanto sia gratificante appartenere ancora alla gente comune; quanto sia glorificante vivere le nostre umili vite con i nostri più benvoluti pregi e i nostri più tediosi difetti che peraltro ci conferiscono, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, un valore aggiunto. L’autenticità. La felicità d’esser noi stessi. La felicità di non essere “Antipatici”.

Scritto da Orazio Mancuso

Prossimamente il mio primo libro su diversi store online:

Se ti è piaciuto l’articolo seguimi su Facebook e tieniti aggiornato sui futuri articoli di The Horace Post.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea ha detto:

    Continua così, sei davvero bravo penso che qualcuno ti invidi molto.

    Mi piace

    1. Orazio Mancuso ha detto:

      Grazie mille Andrea. Mi fa piacere che abbia apprezzato l’articolo. Alla prossima!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...