Il genio di Artemisia: dopo tanti anni di stalking e violenza, il successo planetario.

Una delle donne italiane più stimate al mondo è indubbiamente lei, Artemisia Gentileschi. Una bambina prodigio cresciuta in un ambiente pieno di amore e Belle Arti. Figlia del pittore pisano Orazio Gentileschi, Artemisia mostrò sin dalla più tenera età un profondo interesse per la pittura emulando i capolavori del padre con quei piccoli pennelli che aveva con sé. Ma la sua vita non fu tutta rose e fiori.

Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della pittura, Royal Collection, Windsor.

Crescendo in una famiglia sempre più numerosa, la giovane pittrice dovette farsi carico di molte responsabilità a causa della morte prematura della madre. Di fatto, si prese cura dei suoi tre fratellini e continuò energicamente il suo promettente cammino artistico.

Nel giro di soli tre anni di apprendistato, raggiunse un livello equiparabile a quello di artisti di un certo calibro. Il talento diventava sempre più tangibile agli occhi delle zelanti e colte nobildonne romane. Donne malauguratamente prive di talune libertà di cui però Artemisia ne respirava l’essenza grazie all’amore genuino paterno.

Arrivando ad un certo punto, il talento e la bellezza estasiante di Artemisia attirarono come per un brutto segno del destino lo sguardo imprudente e fastidioso di molti uomini, fra cui un maturo pittore, Agostino Tassi.

Nell’opera di Artemisia “Susanna e i Vecchioni”, molti studiosi hanno notato una possibile raffigurazione implicita di Agostino Tassi rintracciabile nell’uomo anziano a destra.

Correva l’anno 1611 quando Artemisia cadde in un periodo assai oscuro. La sua pittura risentiva della pressione psicologica causata da un sempre più incauto Tassi. Di fatto, la sua verve artistica stava gradualmente perdendo quel tocco magico di cui era assai caratterizzata; e una sera, rimanendo da sola nel celebre laboratorio di via della Croce (Roma), Artemisia fu brutalmente colpita e violentata.

All’arrivo del padre, il corpo inerme di Artemisia era immerso in una pozza di sangue oltre che ricoperto di ferite di ogni tipo. Un corpo ancora troppo genuino di cui Agostino Tassi ne aveva appena abusato. Il caso di stupro arrivò fino alle camere pontificie grazie al coraggio e la voglia di emancipazione della pittrice.

Durante il processo, lei stessa raccontò per filo e per segno la cruenta scena di violenza subita:

Il Tassi, chiuse la camera a chiave e dopo serrata, mi buttò sulla sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzandomi li panni, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola”,

evitando così che i vicini di casa potessero sentire le eventuali urla strazianti della ragazzina. Talmente ossessionato, Agostino Tassi propose il matrimonio riparatore, ma Artemisia rifiutò bruscamente. Ragion per cui decise di raccontare l’abuso sottoponendosi alle ingiuste torture istituzionali che la Chiesa imponeva a tutti coloro che erano desiderosi di credibilità. Ciò fu sufficiente per l’ottenimento di una condanna di esilio imposta dal giudice ecclesiastico nei confronti del Tassi. Un uomo che invece di scontare la sua condanna, godette di molti privilegi grazie alle innumerevoli amicizie nella Chiesa di Roma.

Dopo il dolore e le cicatrici, la rabbia di Artemisia contribuì enormemente alla tipica maestosità scenica dei suoi personaggi femminili: Donne che reagiscono ai soprusi. Donne che non si piegano ai voleri degli uomini. Donne che non si arrendono. Donne cruenti e giustiziere dei propri dolori.

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613), Museo Nazionale di Capidomonte, Napoli

Questa forza di rivendicazione femminile e di denuncia nei confronti di certe brutali frivolezze maschili, divenne un leitmotiv costante che attraversò il suo sublime repertorio artistico. Una forza di rivendicazione che tutte le donne vittime di violenza dovrebbero avere.

Scritto da Orazio Mancuso

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. marzia ha detto:

    Orazio, adoro Artemisia e il suo coraggio.

    Piace a 1 persona

    1. Orazio Mancuso ha detto:

      Marzia Carissima, ci vorrebbero tante “Artemisia” al giorno d’oggi.

      Mi piace

  2. Sonia C. ha detto:

    Complimenti per l’articolo..
    Complimenti per averla raccontata…

    Piace a 1 persona

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